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La dottrina delle Idee
La sapienza e le Idee.

Coloro che ad Atene si andavano definendo sapienti (sophists)
avevano distrutto non solo l' thos della citt, ma la stessa
sapienza. Eraclito e Parmenide - sebbene su posizioni opposte -
erano stati concordi nell'affermare che il Lgos  uno e lo stesso
per tutti e chi ascolta il Lgos non pu non giungere alla
conoscenza (visione) della Verit, anch'essa unica e
incontrovertibile. Socrate aveva denunciato la presunzione di
quanti si ritengono sapienti senza esserlo, aveva contrapposto ad
essa la propria ignoranza (So di non sapere), e aveva speso la
vita invitando i suoi concittadini ad ascoltare la voce che parla
dentro a ciascun uomo e che indica la risposta alle domande che
ciascuno si pone, prima fra tutte Che cosa  il Bene?. A Socrate
interessava conoscere che cosa  il Bene, perch egli voleva
metterlo in pratica e voleva che lo mettessero in pratica gli
Ateniesi. Questa domanda, sebbene nata da una motivazione
esclusivamente etica, ha una grande valenza anche sul piano
ontologico: la ricerca di Socrate mira all'individuazione di una
realt (il Bene) che non muta a seconda dei luoghi, delle epoche e
delle persone - come sostenevano i sofisti -, ma che permane,
identica a s, per sempre. Con Socrate la sapienza si ripropone -
almeno implicitamente - come ricerca della Verit dell'Essere,
proprio come accadeva per gli antichi filosofi.
La domanda di Socrate Che cosa ? (t esti?) porta Platone sulla
via degli antichi filosofi che cercavano un fondamento universale
di tutte le cose che sono. Socrate rappresenta per il suo
discepolo Platone un ponte verso la filosofia delle origini, in
particolare verso Parmenide. Ma la ricerca di Socrate non soddisfa
pienamente Platone: l'impostazione etica di Socrate non porta a
considerare il Bene o la Giustizia come una realt autonoma e
separata dalle cose e dalle azioni buone e giuste, perch a
Socrate interessano esclusivamente le cose e le azioni buone e
giuste; Platone invece vuol cercare il Bene in s a prescindere da
tutte le cose di cui si pu dire che sono Bene.
Se possiamo dire che molteplici e diverse azioni sono giuste,
queste azioni devono avere una forma (edos) comune che le fa
apparire tali - scrive Platone nel Menone (vedi lettura 1,
paragrafo 2). Questa forma  l' Idea. La parola edos, usata da
Platone e tradotta con Idea, indica appunto la forma visibile,
che pu essere clta con l'organo della vista. Eppure le forme
non si vedono se non unite a qualche altra cosa: la Giustizia
nelle azioni giuste, la Grandezza negli oggetti grandi; per quanti
sforzi si possano fare non riusciremo mai a vedere la grandezza
da sola, come non vediamo la bianchezza, ma solo oggetti
bianchi, oppure - secondo la celebre osservazione del cinico
Antistene - vediamo tanti cavalli, ma non la cavallinit (la
forma del cavallo). Solo il Nos (la mente) - che aveva
consentito ad Anassagora di vedere le omeomerie e, prima di lui,
a Parmenide di cogliere l'Essere nella sua interezza e perfezione
- permette a Platone di intuire le Idee.
Parmenide e Anassagora, tuttavia, lasciano aperto il problema del
rapporto fra uno e molteplice: il primo negando la molteplicit,
il secondo non riuscendo a ricomporre l'unit. Platone pensa un
mondo, collocato sopra tutti i cieli (Iperuranio), costituito
esclusivamente da Idee, ciascuna delle quali  modello e causa di
tutte le cose ad essa riconducibili: la cavallinit di tutti i
cavalli, la giustizia di tutte le cose e le azioni giuste,
eccetera (vedi lettura 2). Sopra a tutte le Idee sta l' Idea di
Bene che tutte avvolge, come il Sole con la sua luce illumina
l'intero universo (vedi lettura 3). Il Mondo delle Idee, eterno,
immobile nella sua perfezione, rappresenta l' unit dell'Essere e
al tempo stesso salva il molteplice attraverso la molteplicit
delle Idee.
Le Idee (il molteplice) partecipano indubbiamente dell'Essere -
ciascuna di esse  - ma, al tempo stesso, le Idee non sono tutte
uguali - ciascuna non  le altre, non perch non , ma perch  da
loro diversa -. La diversit salva dal Nulla la molteplicit. La
via di Platone con il suo richiamo a Parmenide, padre della
ricerca dell'Essere eterno e immutabile e della Verit
incontrovertibile, si chiude con un parricidio (vedi lettura 4 e
il brano di S. Givone, Il parricidio di Parmenide)

